Storie di marchi

Creil et Monterau. Le maréchal ferrant e altre storie stampate sulla maiolica

“Le maréchal ferrant” è il maniscalco, ossia quell’artigiano il cui compito è quello di ferrare gli zoccoli dei cavalli e di rifilarne i ferri e questo antico piatto francese lo descrive come una cartolina d’epoca.

 

È ricca di aneddoti e affascinante la storia della fabbrica di maioliche Creil et Montereau, segnata fin dagli inizi da due rivali che scelsero di unirsi per fondare un grande marchio.
È il 1749 quando Fronçois Mazois fonda l’azienda “Monterau” con un grande obiettivo, quello di competere con la famosa terracotta inglese allora nota come “Queen’s ware”, mentre poi nel 1774, invece, i soci inglesi Stone & Coquerel fondarono una fabbrica denominandola “Creil” in onore del dipartimento francese situato nell’Oise.

Furono anni di intensa rivalità tra i due marchi, entrambi impegnati nella produzione di una maiolica di alta qualità. Fu solo nel 184o che le fabbriche Creil e Monterau compresero la forza reciproca e intuirono che insieme avrebbero potuto competere con i grandi marchi, tra cui il  Josiah Wedgwood, così si fusero nel nuovo Lebeuf, Milliet & C.

La loro unione portò grandissimi risultati tra cui una medaglia d’oro nel 1864 e pochi anni dopo la citazione delle loro maioliche nelle pagine de L’educazione sentimentale di Flaubert.

«Arnoux se donnait beaucoup de peine dans sa fabrique. Il cherchait le rouge de cuivre des Chinois; mais ses couleurs se volatilisaient par la cuisson. Afin d’éviter les gerçures de ses faïences, il mêlait de la chaux à son argile; mais les pièces se brisaient pour la plupart, l’émail de ses peintures sur cru bouillonnait, ses grandes plaques gondolaient ; et, attribuant ces mécomptes au mauvais outillage de sa fabrique, il voulait se faire faire d’autres moulins à broyer, d’autres séchoirs.»

«Arnoux fece il possibile nella sua fabbrica. Cercava il rosso rame dei cinesi; ma i suoi colori si volatilizzavano durante la cottura. Per evitare crepe nella sua terracotta, mescolava la calce all’rgilla; ma la maggior parte dei pezzi si rompeva, lo smalto delle pitture creava bolle, i suoi grandi piatti si ondulavano; e, attribuendo questi errori ai pessimi attrezzi della sua fabbrica, volle farsi realizzare altri molini, altri essiccatoi. »

Gustave Flaubert, L’Educazione sentimentale, capitolo II

Il successo di Creil et Montereau era in gran parte legato a quel tipo di decorazione a stampa detta “di trasferimento” (“transferware”) che consentiva di riprodurre sulla maiolica i decori e i motivi tipici di una incisione e i cui soggetti oggi sono una preziosa testimonianza della vita nell’Ottocento.

Le serie “stampate” in nero, in bistro (per intenderci, un terra bruciata), in rosso o in policromia si ispiravano all’archeologia, ai monumenti di Francia o dell’Italia e raccontavano gesta e fatti dell’antichità talvolta attraverso i ritratti dei personaggi della storia, ma anche la gente dei villaggi, gli antichi mestieri, la mitologia, la letteratura, le belle arti, e poi scene di genere oltre a illustrazioni ironiche di impronta fumettistica trovavano nella riproduzione a stampa sulle maioliche di Creil et Montereau la forma ideale per essere consegnate nelle mani del tempo attraverso una lavorazione di alta qualità e a una maiolica robusta e resistente.

Sul sito trovate questo piatto di fattura francese a firma Creil et Montereau, fine Ottocento/primissimi Novecento, che presenta la scena della ferratura e rifilatura dei ferri di cavallo di fronte alla bottega del maniscalco. Una scena di genere che si riallaccia a un certo filone pittorico che ha documentato attraverso ambientazioni popolari la tradizione degli antichi mestieri.

Ispirato ai modi grafici dell’incisione nei toni dell’inchiostro antracite, questo piatto è testimonianza storica non soltanto di una scena di vita attraverso il soggetto iconografico, ma anche di una vocazione a rivalutare in modo prestigioso ed enfatico i lavori umili.

 

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